La Newsletter di Stefano Borselli

13.4.2003: Numero 137


Politica e morale, fini e mezzi (di Giannozzo Pucci)

 

Separare i giudizi di fatto da quelli di valore, separare l'analisi della situazione da quello che ci sembra il bene e il male è come trasformare i fatti della nostra vita in oggetti, dando per scontato che il problema etico non è al centro di tutti i problemi dell'uomo e dei popoli. Seguire questo metodo significa produrre un pensiero senza architettura, perciò plastico nelle mani di chi detiene la titolarità più rumorosa sui giudizi di fatto, un pensiero senza autorità interna.

A ulteriore testimonianza di ciò, vorrei portare la lettera "Il pericolo del decostruttivismo" con cui Nikos Salingaros risponde al dottor Poggiali. Tale lettera è così importante da meritare una trattazione specifica. Dice Salingaros:

"Ogni stile architettonico definisce un modello dell'universo e v'include la società umana. Più che dalla parola scritta, noi impariamo l'ordine da esempi costruiti e da esempi naturali. È così che siamo divenuti umani attraverso il nostro sviluppo evolutivo. Se adottiamo il modello decostruttivista, abbandoniamo i nessi fondamentali: i legami tra gli esseri umani, tra le persone e l'ambiente costruito e la trama dei diversi fili che assieme formano il tessuto urbano."

"… una fede nella struttura osservata è fondamentale per l'esistenza umana."

In questo senso forse anche la separazione galileiana fra teologia e scienza è una tappa del decostruttivismo, cioè della riduzione dell'universo in briciole di vetro dentro la mente umana. Infatti la struttura interna, il significato della natura e dei fatti è inseparabile dalla fede e dal problema dell'al di là. Sant'Ildegarda chiamava la natura il quinto vangelo, in consonanza con la ratio della cosmologia dantesca e di tutte le cosmologie radicate nella verità di Dio. È ovvio che l'architettura, come madre di tutte le arti, e l'urbanistica risentono immediatamente di una concezione distruttiva della gerarchia di virtù e significati.

Un'altra realtà che Salingaros riscopre è l'esistenza della verità nella sua rilevanza per la comunità umana. Qui la sua lettera raggiunge il punto cruciale: la mancanza di un codice-viatico per la verità comunemente condiviso distrugge la comunità. Ne consegue l'esistenza di pensieri pericolosi per l'ordine naturale e civile, per la dignità umana, da cui occorre difendersi direi "spiritualmente, filosoficamente e politicamente" forse anche con la censura, e il tabù etico-religioso. La separazione della situazione dal problema del bene e del male è, credo uno di questi pensieri pericolosi. E vorrei aggiungere, senza psicologismi, che nel cristianesimo esiste la dimensione del perdono, del rinnovamento del legame dopo un distacco, una volta riconosciuti i propri errori e riscoperta la via della verità.

 

Giannozzo Pucci